Emozioni disregolate e rischio di suicidio - Nella Stanza dello Psicologo
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 Emozioni disregolate e rischio di suicidio

 

Ogni anno, in tutto il mondo, quasi un milione di persone muore per suicidio. In particolare tra giovani, il suicidio è una delle principali cause di morte fra gli individui di età compresa tra i 15 e i 44 anni. Per le giovani donne il rischio è particolarmente elevato nella fascia di età tra i 15-19 anni mentre per gli uomini la fascia di età più a rischio è tra i 20-24 anni.

Il tentato suicidio è un comportamento autolesivo, finalizzato alla morte del soggetto, tuttavia le persone che mettono in atto comportamenti suicidari non lo fanno solo con l’intenzione di danneggiare sé stessi, ma anche per comunicare o esprimere sentimenti quali angoscia, disperazione e rabbia.

Quando si parla di suicidio, si fa riferimento ad una serie di eventi che comprendono:

  • l’ideazione suicidaria, che si caratterizza da pensieri quali, “la vita non vale la pena di essere vissuta” e pianificazione del suicidio;
  • il tentativo di suicidio, che varia da gesti suicidari più o meno gravi, senza successo;
  • il suicidio come risultato diretto o indiretto di una azione compiuta con l’intenzione di morire ( Diekstra et al.,1995).

Quali sono i fattori di rischio per il suicidio?

Il suicidio è un fenomeno complesso, caratterizzato da fattori di tipo psicologico, sociale, biologico, culturale e ambientale.

L’origine di esso può essere attribuito a diverse cause, ma in particolare alcuni disturbi di personalità, i disturbi dell’umore e i disturbi legati all’abuso di alcol, sono i più importanti fattori di rischio in Europa e Nord America; mentre nei paesi asiatici, gioca un ruolo importante l’impulsività.

I fattori di rischio per il suicidio possono essere primari, vale a dire tentativi di suicidio passati, disturbi dell’umore, hopelesness, e secondari, come l’abuso di droghe, caratteristiche di personalità (depressione e bassa autostima) mancanza di sostegno sociale e stress.

La depressione è il fattore di rischio più forte e prevalente per il suicidio, poiché i sintomi depressivi includono sentimenti di disperazione e presenza di pensieri di morte ricorrenti. Anche il ruolo svolto dagli eventi di vita stressanti, nei tre mesi precedenti il tentativo di suicidio e soprattutto nella settimana precedente, sembra costituire uno dei principali fattori di rischio per il suicidio. Inoltre, i molteplici tentativi di suicidio rappresentano un serio problema perché caratterizzano un quadro clinico spesso più grave rispetto ai soggetti che hanno tentato il suicidio una sola volta.

Espressione emotiva e rischio di suicidio

Alcuni ricercatori hanno avanzato l’idea che comportamenti suicidari possano costituire l’esteriorizzazione delle emozioni (Tyler et al., 2003) e sono importanti indicatori di scarso auto-controllo, scarso problem solving e rigidità cognitiva (Gould et al., 2003).

Lo stato emotivo dei soggetti suicidi è quello della disperazione e dell’impotenza, (hopelessness-helplessness) e l’azione tipica è la fuga da qualcosa che viene percepito come estremamente angosciante.

Quando la rabbia, l’angoscia e il dolore, per diversi motivi, non possono essere elaborati, vengono comunicati all’esterno attraverso l’acting out, ovvero un passaggio all’azione che può essere visto come autodistruttivo. Shneidman interpreta il suicidio come desiderio di fuga da un dolore mentale insopportabile che chiama psychache, “tormento nella psiche” e suggerisce che il suicidio possa essere compreso meglio come allontanamento da emozioni intollerabili, dolore insopportabile o angoscia inaccettabile.

E’ stata ipotizzata anche un’associazione tra alessitimia (dal greco a “mancanza” lexis “parola” e thyimos “emozione”, mancanza di parole per esprimere emozioni”) e il rischio di suicidio. L’alessitimia è un deficit nella consapevolezza emotiva, ed è presente all’ interno di molte manifestazioni patologiche. E’ associata ad uno stile difensivo primitivo, ansia, depressione, dipendenza, rabbia e somatizzazione, aspetti tipicamente correlati con un maggiore rischio di comportamenti suicidari.

Il suicidio e l’alessitimia condividono l’incapacità di “sentire” il dolore, che non viene elaborato, “digerito” o comunicato all’ esterno, ma viene vissuto attraverso il corpo ed attraverso l’azione autodistruttiva.

 

Il ricorso alle cure primarie: lo spostamento del “dolore mentale” sul corpo

I servizi sanitari, in particolare l’assistenza primaria, hanno un ruolo fondamentale nella prevenzione del suicidio.

La maggior parte dei pazienti che afferisce alle cure primarie, presenta al medico di base inizialmente una sintomatologia fisica piuttosto che un disagio ti tipo psicologico. Anche quando i “pazienti sono consapevoli di avere problemi di tipo psicologico, come per esempio ansia, depressione, conflitti coniugali, essi richiedono spesso che sia il medico di base a occuparsi del loro problema” (Bray, Rogers, 1997).

Secondo alcuni dati, i problemi di natura psicosociale stanno tra il 40% e il 60% di tutte le consultazioni.

Sembra che prima di compiere un tentativo di suicidio, alcune persone si rivolgono ai servizi sanitari primari, in particolare al medico di base, piuttosto che ai servizi psichiatrici, l’83% si rivolge al medico di base entro un anno dal suicidio ed il 20% nel week and precedente, lamentando sintomi somatici (Pirkis e Burgess 1998).

Tra i giovani l’accesso ai centri di salute mentale non è frequente; solo tra il 18 e il 34% con alti livelli di sintomi depressivi e ansiosi cercano aiuto psicologico o psichiatrico, molti altri invece accedono indirettamente ai servizi di salute mentale,  attraverso i servizi di assistenza primaria.

Tuttora, per problemi di salute mentale, i giovani si rivolgono in primo luogo a qualcuno che conoscono come amici e familiari, e solo successivamente alle strutture sanitarie  (Rickwood et al., 2007).

I giovani che sperimentano problemi di questo genere preferiscono mantenere il disagio tra loro stessi, hanno difficoltà a chiedere aiuto ad un professionista della salute mentale, esitano a parlare dei loro problemi emotivi e hanno difficoltà ad esprimere il “dolore mentale”, che spesso, trova espressione attraverso una domanda che si nasconde nel corpo.

 

La prevenzione del suicidio

Il suicidio è un fenomeno trasversale che si ripercuote sui sopravvissuti, sulle loro famiglie, sulle generazioni successive e sui professionisti che operano nell’ ambito dell’assistenza sanitaria. Il lutto che segue la perdita di una persona cara per suicidio è un’esperienza scioccante, dolorosa, il più delle volte inaspettata. Questo evento lascia le persone che conoscevano il suicida con la convinzione che qualcosa poteva essere fatto per evitare quella una morte. Il dolore psicologico che caratterizza la vita di un familiare di un suicida può essere anche “ereditato” dalla generazione stessa e dalle successive.  In alcuni casi gli stessi familiari divengono a rischio di suicidio se non sono prontamente forniti programmi di assistenza adeguata (Farberow, 2005).

Così, la prevenzione del suicidio e la promozione del benessere psico-fisico, assumono un ruolo centrale per evitare che questo fenomeno continui ad espandersi.

Chiedere ad una persona se ha mai pensato al suicidio è la migliore arma di prevenzione (Pompili 2008), anche se le informazioni sull’intenzione di suicidarsi sono scarse. Le persone molto spesso non comunicano le proprie idee suicidarie, ma sono pronti a discuterne se qualcuno pone domande specifiche a riguardo.

E’ necessario quindi un l’intervento tempestivo della rete familiare e sociale, ed è fondamentale l’accesso ad un’assistenza medica generale che sia in grado di riconoscere potenzialmente la popolazione di giovani e adulti a rischio di suicidio e che sia pronta a discute del problema insieme al paziente.

 

Dott.ssa Eliana Capannolo

3332072071

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